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Ambasciatori Paralimpici: Vittorio Podestà

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Essere un leader vuol dire non solo vincere sul campo ma anche, con il proprio esempio,  ispirare e trascinare gli altri all’azione, magari spingere qualcuno a riprendersi la vita quando tutto o quasi sembrava perso. 

Usare la parola leader quando si parla di Vittorio Podestà è del tutto appropriato, perché Vittorio aggiunge a queste caratteristiche quella forse più importante: mettersi a disposizione della squadra. L’azzurro, infatti, ha sempre lavorato per la crescita del team di para ciclismo, dentro e fuori i campi di gara. 

Parlando di campi di gara, come non ricordare le due medaglie d’oro, le due d’argento e due di bronzo vinte ai Giochi Paralimpici dall’edizione di Pechino nel 2008 fino a quella di Rio nel 2016, ma anche gli otto ori iridati, straordinari risultati che gli sono valsi il Collare d’oro al merito sportivo nel dicembre 2016.

Parlando, invece, del suo ruolo fuori dalle piste, dal 2017 Podestà è Ambasciatore dello sport paralimpico italiano, un ruolo che ha sempre svolto anche prima di essere investito ufficialmente dal CIP di questa nomina, come osserva lui stesso: “Sono sempre stato molto attivo nelle scuole, quindi sin da subito ho visto il mio essere Ambasciatore come il prolungamento naturale di un’attività che ho sempre svolto”. Fare al meglio questo compito vuol dire muoversi in diversi ambiti: “Svolgo i miei incontri in varie sedi, soprattutto nelle scuole, l’ambito dove mi chiamano più spesso nonostante la pandemia”. Proprio la situazione legata alla diffusione della pandemia ha costretto a rivedere le modalità di comunicazione: “Usiamo piattaforme come zoom che ci permettono di parlare a centinaia di ragazzi collegati”. Qualunque sia lo strumento, l’importante è far passare il messaggio: “Voglio far capire che la mia esperienza di vita può essere di esempio – spiega – il mio intento è quello di far riflettere, ricordare che da cose potenzialmente brutte può nascere qualcosa di bello”. 

Raccontare la propria storia vuol dire parlare a 360 gradi della propria vita: “Difficilmente racconto di esperienze sportive, cercando di evitare dati e informazioni che possono trovare facilmente su Google  – ammette –  ma parto dal momento dell’incidente, dagli attimi di paura e dal mio stato d’animo in quel frangente, come in un film, per far capire che dall’incertezza per il futuro sono riuscito a trovare le chiavi per tirarmene fuori”.

Vittorio, però, come Ambasciatore dello sport paralimpico deve trovare anche le chiavi per parlare alla gente: “Capita di rapportarmi con tutti – osserva – negli anni passati preferivo confrontarmi con i ragazzi delle scuole medie, perché credo che il messaggio culturale rivolto ai bambini sia quello più importante, si radica di più ed è meno soggetto ai condizionamenti dei grandi, questo perché sul tema della disabilità si fa ancora fatica a superare una certa idea legata al passato. A loro cerco di far capire il valore che c’è nella diversità, argomento di cui non si parla abbastanza ma che è sempre molto attuale, perché spesso ci si concentra sulle apparenze, senza andare a scavare oltre all’aspetto dell’immagine”. 

Bambini, sottolinea, che sono interessati ad argomenti quali il mezzo che usa Vittorio in gara, che è un mezzo particolare. Oltre al confronto con i più piccoli, però, c’è quello con gli adulti: “Ovviamente mi capita anche di andare nelle scuole superiori o nelle università, anche se in questo caso affronto maggiormente aspetti tecnici. Insomma, nei miei incontri riesco a spaziare dagli aspetti tecnici a quelli motivazionali e soprattutto non faccio conferenze tutte uguali – racconta – il tutto avvalendomi di filmati”. 

E poi un leader, dicevamo, lavora con e per la squadra: “Cerco di parlare dei miei compagni e mi riferisco a loro perché so che cominciano a essere conosciuti e apprezzati”.