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Sabri Bedzeti, la stella del Santo Stefano: “Siamo tutti per uno”

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Il primo passo è fatto: due vittorie, per di più in trasferta sul campo durissimo della Briantea 84, per vincere uno scudetto che da timido miraggio sta diventando ora una concreta realtà. La corazzata lombarda che ha vinto gli ultimi tre scudetti e quattro Coppe Italia, tanto per dire, di fronte alla squadra marchigiana di grandi talenti e altrettante ambizioni.

“Santo Stefano vince quando gioca di squadra, quando non ci lasciamo sopraffare dalla soggezione psicologica di fronte ai canturini, che hanno un solo pivot, ma tutti tirano da fuori e non sbagliano mai”. Chi parla è Sabri Bedzeti, pivot marchigiano alla sua prima finale scudetto, 20 punti tondi tra finale 1 e 2, nelle fila di un roster a caccia del primo sigillo della sua storia. Ma lui ha vinto in ogni caso: fa quello che ama fare, da quando ha messo piede sul parquet del basket in carrozzina, tra le fila del Santo Stefano. Poco prima, giocava a calcio con gli amici, come fanno tutti per stare in compagnia. Poi, l’incidente in auto nel 2010 che si è portato via la gamba destra. Aveva 15 anni, quelli cruciali della formazione del carattere, delicatissimi dell’adolescenza.

“Dovevo riprendermi, mi sentivo tutti gli occhi addosso, ero diverso dai miei amici. Allora ho provato a sedermi sulla carrozzina da basket, mentre mi riabilitavo, tra l’altro con grande difficoltà di movimento e coordinazione. Ma mi accorgevo che non guardavano più solo me, ma tutta la squadra: ero di nuovo uno del gruppo, uguale agli altri. Poi viaggiavo, facevo trasferte, era tutto sorprendente per me”. Del lungo viaggio dalla terra d’origine, la Macedonia, a Torvajanica, seguendo i genitori in cerca di lavoro e futuro in Italia, non ha ricordi.

“Sul litorale laziale c’erano i miei zii e altri parenti, ma qualche anno dopo siamo saliti nelle Marche, dove mio padre ha trovato lavoro come muratore. Dopo l’incidente, ho cominciato a passare molte ore ad allenarmi. Da quando sono entrato in squadra, sono sempre il primo a entrare e l’ultimo a uscire dalla palestra. Carrozzina, campo, pallone, gli odori di questo sport, per me sono un mix irresistibile”.

Cosa vuole Sabri dal futuro, è tracciato sulle righe del campo: “Sogno di lasciare il segno diventando un ottimo giocatore di basket, essere riconosciuto e ricordato per il valore espresso in campo. Alla squadra penso di offrire fiducia, generosità, siamo ‘tutti per uno’. La mia caratteristica di gioco forse è il gioco scattante, la velocità. Il pivot è quello che entra nell’area, prendendo un sacco di botte – scherza-, è in appoggio al gioco degli attaccanti. Non sono un tiratore al 100%, ma se sono libero e riesco ad andare sotto canestro, merito è dei miei compagni che mi aiutano”.

Carattere, qualità di gioco e quantità di punti che si sono visti da subito e non sono sfuggiti a Marco Bergna, che lo convoca in  maglia azzurra al Mondiale U22 del Canada. Era il 2017, l’anno d’oro degli inni e dell’orgoglio da neo italiano, per Sabri: pochi mesi dopo con la Nazionale maggiore è in Spagna, per il suo primo Europeo. “Ai Mondiali l’emozione è stata fortissima, la prima convocazione internazionale. Ero in attesa della cittadinanza italiana che non arrivava, poi l’ho avuta in extremis, avevo 21 anni e potevo essere chiamato in squadra U22. Giocavo con compagni ancora più giovani di me, mi sentivo un pilastro della Nazionale – dice con finta presunzione-“. Poi agli Europei con i grandi, aveva fatto bingo. “Alla fine non è andata chissà che bene, né l’una né l’altra avventura”. Ma contava buttare giù fatica, acquisire sicurezza e copiare spudoratamente dagli altri. Di esperienza ne ha fatta, con l’adrenalina, con la tensione delle gare al vertice.

Presto suonerà di nuovo la sirena, dopo l’Inno di Mameli: la squadra è chiamata a un obiettivo da non fallire stavolta, interrompere il digiuno del basket azzurro alle Paralimpiadi, dopo l’assenza a Rio de Janeiro 2016. Dal 28 agosto al 9 settembre, gli Europei di Polonia assegneranno il pass per Tokyo 2020 alle prime quattro in classifica. Nel frattempo la rosa si è rinnovata, tutti ci stanno credendo sempre di più. Il pivot macedone, se convocato, proverà a farsi ricordare. Al limite anche con il tifo sfegatato dalla panchina, ma non provate a dirglielo.

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