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Paratriathlon. Giovanni Achenza in bici, di corsa e a nuoto verso le World Series che qualificano a Tokyo 2020

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Sardo e tosto, concreto, un gran lavoratore Giovanni Achenza, 47enne di Oschieri (SS) e azzurro del paratriathlon, che è partito con una stagione brillantissima nel circuito mondiale ITU, prima di buttarsi anima e corpo nelle prove del Canada (World Series 28 giugno a Montreal, 20 luglio a Edmonton), le prime che assegneranno i pass per Tokyo 2020. Terzo a fine aprile all’Idroscalo di Milano, secondo poche ore fa a Yokohama (JAP), in un’escalation che fa ben sperare, senza bisogno di scaramanzia.

“Delle tre, la bici è la mia gara senza dubbio, anche se a sorpresa ho vinto grazie alla prova di nuoto - racconta”, e non è un caso che lo scorso anno era stato convocato in Nazionale di paraciclismo per partecipare ai Mondiali di Maniago. “Ne ho un ricordo poco piacevole, pioveva così forte che non ho visto l’impostazione della curva in rotatoria e ho fatto tre giravolte a 360°, con caduta rovinosa. Per me qualche livido, l’handbike un bel po’ ammaccata”. Nel paraciclismo, non è mai decollata la carriera, che pure aveva inseguito già dal 2006 quando comincia a fare le prime maratone con l’handbike messa a disposizione da un’ortopedia INAIL, mentre era in riabilitazione.

“L’incidente è avvenuto nel 2003, lavoravo in cantiere e sono caduto da una scala a pioli. Ero solo a un metro e mezzo da terra, ma la caduta ha causato una compressione della colonna” e questo esito. Un incidente banale, dalle conseguenze insopportabili come possono essere quelle, tragiche, di cose sciocche e di poco conto, come salire su una scala. “Infatti ci ho messo tre anni a metabolizzare il colpo – racconta-. Ad accettare che non avrei più fatto il lavoro che facevo, a dovermi re inventare una vita”. Lo sport non era tra le sue attività, prima, “ero tutto casa e lavoro”, poi gioco forza ci si è aggrappato con le unghie e coi denti. “Avevo già 32 anni e per fortuna una struttura fisica allenata e resistente grazie al lavoro di manovale, così salire sulla bici a braccia è stato abbastanza facile. Per me rappresentava un mezzo come un altro per uscire di nuovo con le mie figlie, nel weekend, a fare un giro per strada”.

Alla prima maratona di Venezia, invece, emerge la stoffa del campione di Achenza, che al debutto si aggiudica la piazza d’onore. “Da lì è cominciata una nuova vita, fatta di gare e viaggi, casa sport e lavoro insieme. Solo che da Oschiri dove vivevo, andare e tornare dal nord Italia per le gare era troppo impegnativo, così per un po’ ho fatto base a Riccione.

Ci pensava eccome, ai Giochi Paralimpici di Londra 2012 in sella alla handbike, ma gli furono preferiti colleghi più ‘probabili’ in termini di massime performance e possibili medaglie. A posteriori, è andata bene così, ci ha pensato il destino: “c’era spazio e possibilità di emergere nel paratriathlon”, a patto di faticare un po’ di più e dimostrare abilità in tre discipline. Uno sport, tra l’altro, che nel 2013 non era ancora specialità del programma paralimpico. “Ho iniziato a praticarlo per continuare a fare attività, mai avrei immaginato un palcoscenico paralimpico per questa disciplina. Ma appena saputo dell’inserimento nel programma gare, ci siamo messi sotto con determinazione, per l’obiettivo”.

I muscoli del muratore e il testardo spirito sardo hanno compiuto egregiamente l’opera. Ai Giochi di Rio de Janeiro 2016 si è ritagliato un posto sul podio, il terzo, e momenti elettrizzanti di gloria. “Del Brasile ho un ricordo luminoso, bellissimo, erano venuti amici e familiari dalla Sardegna per spingermi, avevo il fanclub dietro. E’ stato facile non deluderli, con la carica che mi hanno dato”. Ma tanto aveva fatto il precedente lungo raduno a Livigno, la meticolosa preparazione di tappe e prestazioni che lo avrebbero avvicinato ai Giochi.

Pignolo come è, ieri appena finito con Yokohama ha fatto un salto con il Direttore Tecnico Mattia Cambi a Odaiba Park Marine, l’impianto gara delle Paralimpiadi Tokyo, per vederlo di persona e farsi un’idea: “E’ un tragitto piatto, un po’ tecnico e con tante curve, va bene per me che ho dimestichezza con la bici”, dice. Giappone, Canada, ma anche Australia, Spagna e Portogallo, nei circuiti International Triathlon Union. “Questa vita è fantastica, molto diversa da quella che avrei fatto nel recinto del cantiere: sempre in giro per il mondo, arrivo a fare tre, quattro trasferte intercontinentali all’anno”. La sua meta dei sogni? Dietro casa, le Canarie, "anche perché soffro il clima freddo e lì si sta alla grande. Ma non ci sono mai stato”.

Non ha segreti la sua longevità agonistica, tanto fa la tempra, la spinta a migliorarsi sempre. “Forse devo ringraziare il fisico che avevo già prima, ero allenato a costruire case, figurati. Come atleta, ho cominciato tardi come accade a tanti paralimpici, il mio consiglio se non si diventa disabili da grandi, è di cominciare già in tenera età. Come il campione del mondo e paralimpico olandese, Jetze Plat, in bici da quando era piccolissimo. E ha pure l’età di mia figlia” - scherza. Gli olandesi, sempre loro la bestia nera a tutte le World Series: hanno solo uno svantaggio, competono contro un sardo. E la componente genetica ha giocato sempre a favore di Achenza. Speriamo anche, forse, a Tokyo 2020.

 

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