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Ambasciatori Paralimpici: Federico Morlacchi

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A convincere non sono mai stato granché, ma spero sempre che nel momento in cui racconto la mia esperienza, la mia storia, si percepisca quanto importante è stato il nuoto per me, nel formarmi sicuramente come atleta ma soprattutto formandomi come uomo e persona”. 

A parlare è Federico Morlacchi, uno che di esperienze nel nuoto paralimpico ne  ha fatte a bizzeffe e che di storie da raccontare ne  avrebbe altrettante. Nel suo ruolo di Ambasciatore dello Sport Paralimpico fa all-in sulla conoscenza più che sulla persuasione, raccontando la storia di un bambino con un’ipoplasia congenita che, a nove anni, entrò quasi per caso in una piscina per non uscirne più, conquistando titoli che lo iscrivono di diritto tra gli atleti più vincenti di sempre nella storia paralimpica italiana. Lo sport, il nuoto in particolare, vissuto dunque come una religione per il 28enne campione di Luino, cresciuto anagraficamente con il passare degli anni, tempo in cui è riuscito a forgiare la sua mente mettendola a disposizione del corpo: "Lo sport mi ha cambiato l’approccio alla vita”.

 

La concezione che molto spesso si ha della vita di uno sportivo è quella del privilegiato, di una persona avvolta in una bolla che lo pone al riparo da qualsiasi agente esterno, ma Federico su questo ha idee chiare, che lo guidano quando davanti ad una platea di persone, ragazzi in particolare, si trova a dover spiegare chi è veramente un atleta: “Quando parlo con la gente cerco sempre di spiegare che stare in un villaggio olimpico non è propriamente come stare in un villaggio vacanze! Quando sei ad una Paralimpiade, a un Mondiale, a un Europeo l’obiettivo non è solo vivere un’esperienza ma raggiungere i migliori risultati possibili; quello che da una parte per molti rappresenta un sogno, dall’altra va analizzata  considerando anni e anni di sacrifici che un atleta sta mettendo sul piatto in una sola gara, dove basta un niente per perdere tutto. Ecco, la cosa che mi piace di più raccontare, oltre alla bellezza dello sport, sono i pesi che ci trasciniamo dietro per essere sempre al massimo livello”.

Cavaliere dell’Ordine alla Repubblica oltreché Ambasciatore Paralimpico, Federico vive questi due importanti riconoscimenti conquistati sul campo, o meglio in una vasca, “non come fardelli, ma come compiti. In questo periodo di lockdown sono state usate parole come resilienza, perseveranza, parole che nel mio vocabolario, e in quello di ogni atleta paralimpico esistevano già e venivano applicate ogni giorno. Abbiamo il dovere di spiegare queste cose ai ragazzi, che oggi più  che mai vivono una profonda crisi, soprattutto di valori; devi cercare di entrare nei loro sentimenti, nelle loro teste, essere empatici e cercare di dare risposte ai loro problemi, ai loro bisogni, quelli che non sempre tutti sono in grado di esprimere”.

Cercare la chiave che apra la porta degli interlocutori, questo fa Federico Morlacchi quando gira lo stivale per portare la sua testimonianza, sfruttando il fatto di essere ancora un ragazzo e usando “una comunicazione che sia soprattutto persuasiva nei confronti dei giovani perché mi piace pensare di poter essere una fonte di ispirazione. Ovviamente - prosegue il campione - quello che posso fare io è dare una scintilla, ma poi per avere un fuoco che arda devi alimentarlo con la legna, un lavoro che ognuno di noi alla fine deve fare in maniera autonoma attraverso un processo che non sarà sempre facile ma che tutti possono compiere”.

Siamo certi che molte persone si siano avvicinate allo sport proprio osservando le gesta di Morlacchi, “persone disabili e non - precisa il nuotatore - perché a differenza di quando ho iniziato, nel 2002, la comunicazione ha fatto passi da gigante e poter oggi vedere le Paralimpiadi sullo stesso piano delle Olimpiadi in termini di esposizione mediatica è una roba incredibile, da cui a mio avviso  molti hanno tratto ispirazione. Quando giro per le scuole, partecipo a convegni, mi rendo conto di essere una persona molto fortunata, che può raccontare qualcosa di straordinario che mi è capitato nella vita. Molti purtroppo non possono, altri nel passato non hanno potuto perché i tempi non erano ancora maturi, oggi invece lavoriamo per migliorare le generazioni future”.

Con la consapevolezza di una cosa: “Non si è mai soli, questo non mi stancherò mai di ripeterlo, perché anche quando affrontiamo il periodo più brutto, non dobbiamo dimenticarci che intorno a noi ci sono persone pronte a tenderci la mano e supportarci nelle nostre quotidiane battaglie”. Federico c’è stato, c’è e ci sarà sempre, perché essere un Ambasciatore Paralimpico significa anche questo!