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Ambasciatori Paralimpici: Giulio Maria Papi

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Giulio Maria Papi è un atleta di 26 anni che gioca a basket in carrozzina. E lo fa anche bene visto che è il centro della Briantea 84, una delle squadre più titolate d’Italia e della nazionale maggiore della FIPIC guidata da Carlo Di Giusto. Da bambino ha avuto un osteosarcoma, un evento che dall’oggi al domani ha ribaltato i piani della sua vita ma che il romano ha accolto con una filosofia lineare: “E’ successo! Da quel momento ho cercato di sviluppare qualcosa che mi facesse stare bene e sono arrivato a giocare a pallacanestro”.

Probabilmente è stato questo suo approccio alla vita a consentirgli di raggiungere i massimi livelli nello sport, fino a diventare uno degli Ambasciatori dello Sport Paralimpico. “Non avevo minimamente pensato di poter  diventare un ambasciatore, ma nella vita ho sempre apprezzato il confronto, che si parlasse della mia vita, dello sport in generale , di quello che mi è successo, sono stato sempre aperto al dialogo. Ma ciò che mi attrae veramente è poter essere uno degli elementi in grado di far appassionare ed avvicinare le persone allo sport. Questa è la parte più bella, quella che mi rende orgoglioso di poter interpretare questo ruolo”.

Un titolo, quello di Ambasciatore, che comporta far comprendere anche “la voglia di vivere ed affrontare ogni tipo di situazione. Nella vita ci sono incidenti di percorso che caratterizzano  la storia di ognuno di noi, ma il filo conduttore di tutto è quel sacrificio che ognuno di noi compie ogni giorno per raggiungere un obiettivo; e poi ancora raccontare alla gente quello che ci caratterizza, i nostri valori, la cultura e la voglia di affrontare il mondo. Molte persone magari possono fare fatica nell’esprimere la propria interiorità, io invece mi sento a mio agio e sono contento di poterlo fare”.

Nella sua vita da atleta ha girato in lungo e in largo per l’Italia, l’Europa e il mondo, e queste mille esperienze gli permettono di confrontarsi con qualsiasi platea, nella quale porta la sua esperienza: “Per me è indifferente il luogo in cui mi trovo a parlare, ogni posto vale come un altro e tutti possono essere buoni per accendere la miccia della passione. Mi capita di andare a fare la spesa e di vedermi magari offerta la precedenza in fila ad una cassa: quell’episodio è la scintilla per attaccare bottone e magari raccontare la mia storia, chi sono, cosa faccio per poi arrivare alla fine del discorso a far capire che ringrazio del pensiero iniziale, ma non ho bisogno di quel “vantaggio”. Ecco, questo ti spiega un pò come sono fatto io, mi piace far nascere rapporti, perché penso che attraverso questi posso dare un contributo alle persone che incontro e che mi circondano”.

Spesso gli capita di andare nelle scuole ed il messaggio che il forte centro della nazionale vuole esprimere è “vivere, sempre e comunque, lottare perché ci sono momenti no, capitano delle giornate storte ma bisogna avere pazienza di aspettare il momento giusto e avere la consapevolezza che il percorso intrapreso sia il migliore che stiamo facendo, migliorando giorno dopo giorno. Bisogna avere spirito di adattamento, sapersi adattare. E’ questo uno dei punti fondamentali sui quali mi trovo a battere quando incontro i ragazzi delle scuole. Poter raccontare a qualcuno della mia risalita è un modo che ho per alimentare la voglia delle persone di informarsi sul mondo paralimpico, sullo sport, i suoi valori, ampliare a macchia d’olio questo elemento di cultura. Per questo motivo vado con estrema leggerezza in mezzo alla gente, perché mi eleva e perché attraverso la mia presenza penso che si riesca a fornire un messaggio positivo. Se ci pensi - continua Papi - più persone incontri e più ci seguiranno, per questo credo che non dobbiamo essere gli unici ad avere una tale esclusiva, in quanto ognuno di noi ha il diritto e allo stesso tempo il dovere di donare un messaggio importante. Il nostro compito sta anche nel rompere la mitizzazione che ci avvolge prima del nostro arrivo in un posto, calarci nella realtà, non dare mai per scontati dei concetti che possono essere chiari a noi - ma non è detto lo siano per chi ci ascolta -,  essere esaustivi e raccontarci così come siamo, con i nostri ideali, i nostri pensieri, gli obiettivi che ognuno di noi ha e che vuole raggiungere. Creare questo tipo di feeling è fondamentale per un Ambasciatore ”.

 Il passaggio da Roma alla Lombardia gli ha permesso di percepire con un’angolazione ancora più ampia la realtà in cui vive, arrivando a valutare positivamente “il livello di conoscenza che il movimento sta acquisendo nella vita di tutti i giorni. Ora più che nel passato - dove il potere della comunicazione era inferiore, - abbiamo l’opportunità di non essere più personaggi mitologici ma di essere atleti paralimpici, ognuno con la propria storia ed il proprio bagaglio di esperienza e vittorie. Sta sempre di più crescendo un Comitato capace di coinvolgere il mondo esterno, quello che magari fino a ieri non ci conosceva. L’impegno nostro sta proprio nel fare un piccolo sforzo in questo senso, in fondo così come io dopo la malattia ho avuto fortuna di trovare le informazioni che volevo in rete, perché non dovrei dare il mio aiuto ad una persona che magari sta ancora cercando ciò che io ho?

Dare per il piacere di farlo, anche in momenti difficili come quello in cui ci troviamo a vivere per le restrizioni da Coronovirus, esperienza non tutta da stracciare per Papi: “Nella tragedia di questa pandemia abbiamo capito che possiamo usare ad esempio le nuove tecnologie per arrivare a raccontarci ed ascoltare  persone distanti chilometri da noi ma non solo, perché ci siamo dovuti adattare a una nuova vita, ad una quotidianità diversa rispetto a quella che avevamo prima della pandemia. Se ci pensi è un pò quello che accade a molti atleti paralimpici: saper trovare un equilibrio dopo un incidente o una malattia. Però manca incredibilmente il contatto, manca lo sguardo delle persone, manca il pubblico che ci guarda e ci sostiene”.

In attesa di tornare a lottare in campo sostenuto dal pubblico, Giulio Maria Papi si accontenta di lottare  per imporre la cultura paralimpica nella società italiana: “In questi anni abbiamo rovesciato la piramide dei valori, rendendo normalità quello in passato veniva considerato specialità”. Un pò come accade per i supereroi? “Ognuno di noi può esserlo”.