
Nella cornice dello Stadio San Siro, luogo simbolo dello sport italiano e spazio capace di parlare all’immaginario collettivo di generazioni diverse, la prima “Giornata Giovani Lombardia” ha riunito migliaia di studenti lombardi in un grande momento dedicato ai giovani, alla formazione, alla partecipazione e alla cultura sportiva. Promossa da Regione Lombardia, l’iniziativa ha coinvolto scuole secondarie di secondo grado, percorsi del sistema regionale di istruzione e formazione professionale, docenti, istituzioni, federazioni sportive, gruppi sportivi dei corpi dello Stato, centri universitari ed enti del Terzo Settore. Nel piazzale esterno dello stadio, il villaggio allestito per l’occasione ha offerto ai ragazzi la possibilità di incontrare discipline, atleti, tecnici e realtà diverse, in un dialogo diretto tra scuola, territorio e mondo dello sport.
In questo contesto, la presenza del movimento paralimpico ha assunto un valore particolarmente significativo. Non come dimensione separata, né come eccezione da raccontare attraverso categorie semplificate, ma come parte integrante della cultura sportiva contemporanea. A raccontarne il senso è Pierangelo Santelli, Presidente del Comitato Italiano Paralimpico Lombardia, da anni impegnato nella promozione dello sport paralimpico sul territorio e nel rapporto con il mondo della scuola. La sua lettura parte da un punto preciso: oggi il mondo paralimpico e quello olimpico dialogano sempre di più. La distinzione istituzionale resta chiara, ma sul piano della partecipazione, della crescita degli atleti e della cultura sportiva, il confine è sempre meno rigido.
«Oggi molte federazioni olimpiche hanno integrato al proprio interno anche gli atleti paralimpici», osserva Santelli. «Questo ha contribuito a costruire una realtà sempre più unitaria, una vera famiglia sportiva». Per gli studenti presenti a San Siro, la giornata diventa così un’occasione per incontrare da vicino la realtà concreta del movimento paralimpico: non un’immagine astratta, ma un sistema strutturato, fatto di società, federazioni, tecnici, atleti e percorsi territoriali. In questo quadro, la Lombardia occupa un ruolo centrale. «È una regione portante per tutto il movimento paralimpico italiano», sottolinea il Presidente.
Il rapporto con la scuola è uno degli assi più importanti del lavoro portato avanti dal CIP Lombardia. Santelli lo ricorda come un impegno costante, costruito negli anni attraverso iniziative pensate per avvicinare gli studenti alle discipline paralimpiche e ai loro protagonisti. «Da quando sono presidente, ormai da diciotto anni, organizziamo iniziative con le scuole per portare i ragazzi a conoscere da vicino le attività paralimpiche. È un lavoro che nasce da una convinzione precisa: lo sport non deve essere solo visto, ma anche provato e “testato” con mano da vicino, sul campo».
Non basta, dunque, raccontare lo sport paralimpico. Occorre renderlo accessibile allo sguardo e all’esperienza diretta dei ragazzi. Vedere una disciplina, parlare con un atleta, comprendere come si costruisce una prestazione e quali competenze richieda un percorso agonistico permette di superare molte rappresentazioni superficiali. Ed è proprio in questo passaggio che, secondo Santelli, iniziative come la “Giornata Giovani Lombardia” possono produrre un effetto duraturo. Negli anni, racconta, molti studenti che avevano incontrato il mondo paralimpico durante iniziative scolastiche hanno continuato a interessarsene. Alcuni, proseguendo il proprio percorso formativo e universitario, anche nell’ambito delle Scienze Motorie, hanno poi scelto di approfondire proprio questo settore. «Questo significa che giornate come questa possono lasciare un segno reale, non solo nel ricordo di un’esperienza, ma anche nelle scelte future dei ragazzi».
Nel racconto pubblico, lo sport paralimpico viene spesso associato a parole come coraggio, forza, resilienza. Sono termini che appartengono certamente a molte storie, ma che da soli rischiano di non restituire la complessità del movimento. Per Santelli, l’aspetto più importante è un altro: la capacità dello sport di diventare un percorso di ricostruzione, autonomia e prospettiva. «Ho iniziato a frequentare stabilmente questo mondo dal 1978. In tutti questi anni ho incontrato storie diverse. Per molti ragazzi che hanno avuto una lesione a seguito di un trauma o di un incidente, lo sport è diventato un nuovo percorso di vita».
Non si tratta soltanto di forza o di coraggio. Si tratta di ricostruire una quotidianità, ritrovare fiducia, scoprire capacità che prima non si immaginavano. Significa rimettere al centro il corpo non come limite, ma come possibilità. «Lo sport, in questo senso, è uno strumento potentissimo, perché restituisce obiettivi, relazioni, disciplina e prospettiva». Tra le storie che hanno segnato il suo percorso, Santelli ricorda anche quella di Bebe Vio, conosciuta quando era ancora una bambina. A portarla a una manifestazione sportiva organizzata al vecchio Palalido di Milano fu il giornalista Claudio Arrigoni. «Mi disse: “Pierangelo, so che domani fai la giornata per le scuole. Vorrei portarti una ragazzina che da dieci giorni è uscita dall’ospedale”. Lei venne e capii subito la forza della sua storia». Poi arrivò il desiderio di fare scherma. «In un primo momento io e Linda, la mia vicepresidente, ci guardammo senza capire come potesse praticarla senza le mani. La sua storia poi ha fatto resto e i suoi traguardi ancora oggi sono sotto gli occhi di tutto il mondo».
Per Santelli, storie come questa non vanno lette soltanto nella loro eccezionalità. Raccontano piuttosto la natura profonda del movimento paralimpico: percorsi che nascono spesso da situazioni difficili e che, attraverso lo sport, diventano esperienze di vita e di crescita. Guardando alle nuove generazioni, il primo messaggio da trasmettere è la piena maturità tecnica e agonistica raggiunta oggi dallo sport paralimpico. Per i ragazzi, questo può rappresentare un incentivo importante: lo sport è accessibile, concreto, possibile. Oggi la cultura paralimpica è cresciuta in modo significativo: la maggiore attenzione mediatica, anche grazie alla presenza e alla copertura delle più importanti reti televisive, ha permesso di far conoscere il movimento in maniera più ampia e completa. Anche questo fattore ha contribuito a superare l’idea dello sport paralimpico come dimensione separata, restituendogli il posto che gli appartiene: quello di parte piena e qualificata dello sport italiano.
In una giornata come quella di San Siro, l’incontro diretto con atleti, federazioni e realtà sportive diverse assume quindi un valore educativo decisivo. Per Santelli, soprattutto in età scolastica, vedere da vicino modelli positivi di impegno, disciplina e partecipazione può incidere profondamente sul modo in cui i ragazzi percepiscono se stessi e le proprie possibilità. «Quando vedono un atleta paralimpico di altissimo livello, spesso rimangono sorpresi. Non sempre riescono a capacitarsi di ciò che questi atleti sono in grado di fare, della qualità tecnica che esprimono, della forza mentale e della preparazione necessarie per arrivare a certi risultati».
L’incontro diretto può diventare uno stimolo. Un ragazzo può pensare: se ci riesce lui, posso provarci anch’io. Non significa necessariamente intraprendere un percorso paralimpico o agonistico. Significa, più in generale, trovare una motivazione, uno slancio personale, una ragione in più per mettersi alla prova. È un messaggio che vale anche per chi è meno abituato al movimento, più distante dalla pratica sportiva o poco motivato a impegnarsi in un’attività.
Alla fine, ciò che Santelli si augura è che i ragazzi portino a casa un’immagine ampia dello sport. «Spero che questa esperienza possa aiutarli a scoprire inclinazioni, curiosità, desideri. Magari oggi vedono una disciplina per la prima volta e, tra qualche tempo, capiscono che quella scoperta può diventare qualcosa di significativo nel loro percorso».
Dalle parole di Pierangelo Santelli emerge una visione dello sport paralimpico che supera il racconto esemplare e restituisce al movimento la sua piena complessità: tecnica, educativa, sociale e culturale. A San Siro, davanti a migliaia di studenti, il movimento paralimpico diventa così una chiave per leggere lo sport non solo come competizione, ma come esperienza capace di generare consapevolezza, autonomia e partecipazione. Il messaggio che resta è quello di uno sport che non chiede di essere osservato da lontano, ma conosciuto, praticato e condiviso. Uno spazio in cui ogni ragazzo può misurarsi con le proprie possibilità, riconoscere nuovi modelli e scoprire che il limite, quando incontra lo sport, può diventare possibilità.
Intervista a cura di Elisa Copeta
addetto stampa CR Lombardia