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  • Nuovo appuntamento con “Riflettori – Road to Los Angeles 2028”. L’azzurro del tiro a segno racconta il bullismo subito da bambino, il ruolo della famiglia e l’incontro con lo sport che gli ha dato una nuova direzione
Davide Franceschetti

Nuovo appuntamento con “Riflettori – Road to Los Angeles 2028”, la rubrica del Comitato Italiano Paralimpico dedicata alle storie delle atlete e degli atleti in cammino verso i Giochi Paralimpici di Los Angeles 2028. Protagonista di questa puntata è Davide Franceschetti, atleta della Nazionale italiana di tiro a segno, che ha trovato nello sport una strada per lasciarsi alle spalle un periodo difficile e costruire nuovi obiettivi.

QUELLO CHE DIREI A ME STESSO – Se potesse incontrare il bambino che era, Franceschetti gli parlerebbe delle persone incontrate lungo il cammino e della necessità di non chiudersi. “Se potessi rivedere me bambino, sarebbe difficile parlargli perché sarebbe diffidente, però gli direi che a volte è sbagliato non il posto, ma sono sbagliate le persone. Io sono stato bullizzato per il fatto che sono in sedia a rotelle, non ho fatto niente di male, però questo è bastato. Quindi gli direi: cerca di non chiudere le porte perché qualcuno che merita poi arriva”.

LA CONCENTRAZIONE – Nel tiro a segno ogni gesto richiede attenzione e controllo. Una disciplina che Franceschetti ha imparato ad affrontare con grande consapevolezza. “L'atleta deve metterci concentrazione e attenzione in ogni minimo dettaglio, in ogni movimento. La pistola deve essere usata seguendo delle regole di sicurezza. Non si usa mai per fare del male, non è un modo per sfogare magari rabbia o qualcosa della società attuale”.

IL PERIODO PIÙ DIFFICILE – Prima di incontrare il tiro a segno, le conseguenze di ciò che aveva vissuto lo avevano portato ad allontanarsi progressivamente dallo sport e dagli altri. “I miei genitori sono sempre stati dalla mia parte, mi hanno sempre incitato a dimostrare quello che sapevo fare. Ho passato un periodo molto lungo dove, a causa di quello che ho subito in passato di bullismo, tutti gli sport che facevo li facevo in modo individuale. Non mi fidavo di nessuno, non volevo una squadra, però non era una cosa sana. C'è stato un periodo poi che ho smesso proprio di fare sport. Stavo sprofondando, stavo annegando”.

UNA NUOVA DIREZIONE – L’incontro con il tiro a segno ha rappresentato una svolta. “Poi quando ho scoperto questo sport non lo so, è scattato qualcosa, ho trovato un senso per andare avanti”.

PARLARNE – Dalla propria esperienza Franceschetti ricava anche un messaggio rivolto a chi attraversa situazioni simili, a partire dall'importanza di chiedere aiuto. “I consigli che posso dare sono questi: cercare di parlare in primis con i propri genitori. Io non ho mai detto niente ai miei genitori. Tutto quello che subivo lo tenevo dentro. Ho sbagliato, ma dalla mia storia si può imparare. La mamma e papà sono anche amici. Ci vuole coraggio, però bisogna farlo”.

IL PODIO – Il percorso sportivo lo ha portato fino alla medaglia, un risultato che ha avuto per lui un significato particolare anche per la dedica rivolta alla sua famiglia. “Anche solo il terzo posto è stato un bel sogno, anche perché era il mio sogno. La medaglia l'ho dedicata in primis ai miei genitori perché hanno sacrificato tanto, hanno passato momenti difficili che ho passato io, soprattutto prima del tiro a segno, quando appunto scoprirono tutto quello che era successo e fecero un gran lavoro per tirarmi fuori”.

UN MATTONCINO ALLA VOLTA – Ora c’è un nuovo obiettivo da costruire, senza dimenticare quanto ancora ci sia da imparare. “Los Angeles è un nuovo sogno che spero di raggiungere. Io ho conosciuto sportivi che hanno partecipato a tante e tante edizioni dei Giochi Paralimpici. Mi piacerebbe riuscire ad essere come loro, arrivare al loro livello. C'è tanta esperienza da fare ancora, però un mattoncino alla volta si costruisce il percorso”.