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  • Il Presidente del CIP all’evento dell'International Corporate Communication Hub a Palazzo Wedekind: «Superare i riflettori a intermittenza dei Giochi. Lo sport è leva strategica e sociale, non una vetrina di facciata»

La comunicazione sportiva non più come semplice narrazione di eventi o ricerca di visibilità effimera, ma come laboratorio strategico capace di generare valore economico, coesione sociale e reputazione per imprese e territori. È questo il fulcro attorno a cui si è sviluppato il dibattito a Palazzo Wedekind, a Roma, in occasione della presentazione del diciannovesimo numero di The Corporate Communication Magazine, la rivista promossa dall’Osservatorio International Corporate Communication Hub (ICCH).
Nel confronto moderato dal capo della redazione sportiva di Adnkronos, Emanuele Rizzi, a tracciare la rotta sul ruolo e sulle sfide del movimento paralimpico è stato il Presidente del Comitato Italiano Paralimpico, Marco Giunio De Sanctis. Un intervento a tutto campo che ha unito la visione manageriale ed etica alla storia viva dello sport per persone con disabilità nel nostro Paese.
«Lo sport paralimpico ha dimostrato negli anni di non essere soltanto straordinaria competizione agonistica, ma un motore potentissimo di cambiamento culturale e sociale», ha esordito De Sanctis, sottolineando il dialogo sempre più stretto con il tessuto produttivo e istituzionale. «Oggi le aziende e le istituzioni riconoscono che comunicare lo sport, e in particolare la dimensione paralimpica, significa abbracciare valori autentici di inclusione e merito. Non si tratta di una semplice vetrina o di una scelta di facciata, ma di una leva reputazionale strategica che crea legami profondi con le comunità, arricchisce i territori e costruisce un’eredità morale ed economica duratura per tutto il Paese».
Una consapevolezza che affonda le radici in un percorso lungo decenni, durante il quale il linguaggio ha dovuto inseguire e rispecchiare le conquiste del campo. De Sanctis ha infatti ricordato le tappe di una vera e propria metamorfosi terminologica e culturale: «L’evoluzione è evidente già nei nomi con cui nel tempo siamo stati definiti. Abbiamo iniziato da 'paralitici', per poi passare ad 'handicappati' e quindi a 'sport disabili', fino ad abbracciare pienamente ogni tipo di disabilità».
Un cammino che, come ha rammentato il numero uno del CIP, trovò la sua svolta istituzionale proprio grazie al primato del gesto atletico: «La Federazione nacque grazie a una clamorosa impresa sportiva: dirigenti storici come Franco Carraro e Mario Pescante videro un atleta straordinario come il canadese Arnie Boldt saltare in alto 2,04 metri con una sola gamba, in un’epoca in cui il record assoluto di Sara Simeoni era di 2,01. Di fronte a quella misura capirono che non si poteva più aspettare e decisero di riconoscere a pieno titolo lo sport per persone con disabilità all’interno del CONI».
Eppure, a fronte di passi da gigante, la sfida culturale non può dirsi conclusa. Nel mirino del Presidente c'è soprattutto la narrazione a intermittenza che ancora oggi rischia di limitare l'impatto del movimento: «Si parla di mondo paralimpico in maniera esponenziale durante i Giochi, ma subito dopo si tende a metterlo da parte. Se non fosse così, non esisterebbe ancora questo costante distinguo tra sport olimpico e sport paralimpico».
Da qui l'appello a un salto di prospettiva definitivo: «Il nostro obiettivo deve essere quello di normalizzare lo sport paralimpico e la disabilità stessa, smettendo di fare continue distinzioni. La diversità non deve più essere percepita con un'accezione negativa o come una mancanza, ma come una ricchezza e un autentico valore aggiunto, perché appartiene profondamente alla condizione umana ed è parte di ciascuno di noi. Abbiamo un elemento sociale e valoriale in più che può davvero aiutarci a far cambiare la cultura dell’Italia. I Giochi Paralimpici rappresentano una leva fondamentale per innescare questa trasformazione, ma la vera vittoria sarà renderla parte stabile della quotidianità del Paese».