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  • Il capitano azzurro ripercorre il cammino dell’Italia fino alla storica finale mondiale di Ottawa e guarda già a Los Angeles 2028
Filippo Carossino

Filippo, partiamo dall'inizio. Come si arriva a una finale mondiale?

«Partita dopo partita, senza smettere di crederci. Nel girone abbiamo battuto il Brasile, l'Olanda e poi gli Stati Uniti, i campioni uscenti, per 66 a 59. Quella vittoria ci ha dato una carica enorme e ci ha messo in una parte di tabellone un po' più favorevole. Poi agli ottavi abbiamo battuto l'Argentina, ai quarti la Polonia 75 a 68. Ogni vittoria aggiungeva fiducia, e la fiducia in certi momenti vale quanto il talento».

Il passaggio chiave è stato la semifinale contro la Gran Bretagna.

.«Sì, quella è stata la partita. Loro erano tra i favoriti assoluti, essendo stati Campioni del mondo nel 2018, e finalisti alle Paralimpiadi di Parigi, e all'intervallo eravamo sotto di 13 punti. Non la situazione ideale. Eppure abbiamo continuato a giocare, punto dopo punto, senza mollare. Nel terzo quarto abbiamo stretto la difesa, li abbiamo limitati a soli 7 punti in 10 minuti, e alla fine abbiamo vinto 63 a 59. Io ho chiuso con 23 punti, ma è stata una vittoria di squadra, nel senso più pieno del termine. L'Italia non aveva mai battuto la Gran Bretagna. Non eravamo mai andati oltre il quarto posto in una competizione mondiale. Quello lì era già un risultato storico».

E poi la finale contro l'Australia.

«Sapevamo che sarebbe stata dura. Li avevamo affrontati in amichevole in estate, conoscevamo la loro qualità. Sono stati più forti fisicamente e mentalmente, ci hanno portato a rincorrerli per tutta la partita e hanno vinto meritatamente 81 a 57. Ma l'argento che ci siamo portati a casa è qualcosa di enorme per la storia della federazione. Ci sono sconfitte che valgono più di certe vittorie».

Ti aspettavi un cammino del genere?

«Onestamente no, non lo aspettava nessuno. Forse nemmeno noi fino in fondo. Sapevamo di aver fatto un'estate di preparazione importante, c'era un bel feeling nel gruppo, ma arrivare in finale è stato qualcosa che abbiamo costruito giorno per giorno, partita dopo partita. Non vince sempre la squadra più forte sulla carta: vince quella che sta meglio, che crede di più. In questi giorni di Ottawa eravamo noi».

Cosa si porta a casa, oltre alla medaglia?

«La consapevolezza che questo non deve essere un episodio isolato. Speriamo che diventi l'inizio di un ciclo. Da tempo mancavamo la qualificazione alle Paralimpiadi, e Los Angeles 2028 è l'obiettivo. Nel 2027 ci sono gli Europei, che mettono in palio proprio quel pass. Restare in alto non è facile, anzi, è la sfida più grande. Ma questo argento deve essere un punto di svolta, non di arrivo».

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