Alberto Amodeo: “Lo sport mi ha aiutato a trasformare una possibilità in un obiettivo da raggiungere”

Classe 2000, atleta del Gruppo Sportivo Fiamme Gialle, Alberto racconta ai ragazzi il movimento paralimpico senza retorica

Alberto Amodeo: “Lo sport mi ha aiutato a trasformare  una possibilit&a...

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Nel contesto della prima Giornata Giovani Lombardia – EST PRETIOSA, ospitata il 13 maggio 2026 nella cornice dello Stadio San Siro, migliaia di studenti hanno partecipato a un’iniziativa pensata per avvicinare le nuove generazioni alla cultura dello sport, attraverso attività, federazioni, testimonianze e percorsi educativi. Tra le voci chiamate a raccontare il valore dello sport c’è stata anche quella di Alberto Amodeo, nuotatore paralimpico classe 2000 e atleta del Gruppo Sportivo Fiamme Gialle. Nel suo racconto il paralimpismo non viene mai ridotto a una narrazione di inclusione o di superamento personale: è, prima di tutto, sport di alto livello. Un percorso fatto di tecnica, allenamento, fatica, obiettivi, gestione mentale e lavoro di squadra.

Alberto, oggi sei davanti a tanti ragazzi e ragazze delle scuole lombarde. Che cosa ti piacerebbe trasmettere a chi sta ancora cercando il proprio sport o la propria strada? «Quando ho iniziato, è stato fondamentale incontrare persone capaci di vedere in me una possibilità prima ancora che io riuscissi a trasformarla in un obiettivo. All’inizio giocavo a pallanuoto, il nuoto paralimpico è arrivato poi attraverso la Polha Varese. In quel momento non sapevo dove mi avrebbe portato, ma ho capito presto quanto possa essere importante avere accanto qualcuno che sappia indicarti una direzione, aiutarti a riconoscere le tue potenzialità e accompagnarti nella costruzione di un obiettivo concreto. Per me è stato un passaggio decisivo».

Il passaggio dalla pallanuoto al nuoto è stato graduale?
«Prima dell’incidente giocavo a pallanuoto e, dopo l’operazione e il periodo di recupero, il primo desiderio è stato ritrovare la mia dimensione nello sport. Attraverso la mia professoressa di educazione fisica ho conosciuto quelli che poi sono diventati i miei allenatori e ho partecipato alla mia prima gara di nuoto. Lì ho trovato un contesto più vicino a ciò di cui avevo bisogno: una disciplina individuale, una competizione chiara, un percorso tecnico e agonistico già strutturato. La pallanuoto resta un grande amore, anche per la sua dimensione di gioco, ma il nuoto mi ha dato una direzione sportiva più precisa».

Quando hai capito che lo sport poteva diventare qualcosa di più di una semplice attività fisica?
«È stato un processo graduale, costruito attraverso i miglioramenti quotidiani e il confronto costante con chi mi allenava. Vedevo che i tempi scendevano, che in acqua acquisivo sicurezza e che il lavoro cominciava a produrre risultati concreti. A un certo punto il mio allenatore, Max, mi ha mostrato una graduatoria e mi ha fatto capire che, con determinati tempi, avrei potuto entrare prima tra i migliori in Europa e poi tra i migliori al mondo. Da lì lo sport ha cambiato prospettiva: non era più soltanto un’attività che mi faceva stare bene, ma un percorso con obiettivi sempre più alti. Il momento decisivo è arrivato durante il lockdown, quando il rinvio delle Paralimpiadi di Tokyo ha riaperto una possibilità che sembrava ormai lontana. Non avevo ancora la classificazione, non avevo i tempi necessari e la qualificazione appariva molto difficile; con un anno in più davanti, invece, abbiamo potuto costruire un lavoro specifico e molto intenso. Appena le piscine hanno riaperto siamo tornati in acqua con un obiettivo preciso. Da fine maggio all’estate successiva è iniziato un percorso durissimo, fatto di allenamenti, continuità e attenzione quotidiana, che ci ha portati prima a Tokyo e poi a tornare da lì con una medaglia».

Tra le medaglie vinte, ce n’è una che senti in modo particolare?
«La prima medaglia ha sempre un valore speciale, perché porta con sé l’emozione dell’inatteso e il significato delle prime volte. Se però penso a un’esperienza che mi è rimasta addosso in modo particolare, dico Parigi, perché rispetto a Tokyo è stato un contesto completamente diverso. A Tokyo gareggiavamo davanti a migliaia di seggiolini vuoti; a Parigi, invece, entrare in acqua davanti a diciassettemila persone ha cambiato completamente la percezione della gara. Il primo oro nei 400 stile libero è stata forse la prova che ho vissuto con maggiore tensione, perché era quella che volevo davvero e che sentivo più mia. Sapevo di arrivarci in buone condizioni, dopo una stagione costruita con grande attenzione, ma ero anche consapevole che in una gara di quel livello si può nuotare molto bene e non vincere. Per questo associo a Parigi anche il bronzo nei 100 stile libero, una medaglia che per me ha un significato enorme. Fino a pochi mesi prima era una gara in cui l’obiettivo principale era entrare in finale; poi, cambiando qualcosa nell’avvicinamento e nella gestione, siamo arrivati a giocarci l’oro fino all’ultimo, mancandolo per soli sette centesimi. È una medaglia che racconta bene quanto un risultato possa nascere anche da un lavoro tecnico e mentale fatto sui dettagli».

Com’è la tua giornata tipo?
«Nei periodi di carico più importanti la giornata inizia molto presto. La sveglia suona intorno alle sei e alle sette e mezza siamo già in acqua per il primo allenamento, che dura circa due ore. Subito dopo c’è spesso il lavoro in palestra, per un’altra ora o un’ora e mezza, prima di rientrare a casa, mangiare e recuperare energie in vista della seconda seduta. Nel pomeriggio si torna nuovamente in piscina per altre due ore di allenamento. In una settimana tipo arriviamo a undici sedute in acqua, a cui si aggiungono tre o quattro allenamenti in palestra. La domenica, se non ci sono gare, diventa l’unico vero momento di recupero; altrimenti anche quella fa parte del calendario agonistico. È una routine molto impegnativa, ma necessaria quando si lavora ad alto livello».

E la vita fuori dallo sport?
«Trovare un equilibrio non è semplice, ma per me è sempre stato importante non chiudere completamente fuori la mia vita personale. Le rinunce esistono e fanno parte della quotidianità di un atleta: se il giorno dopo hai la sveglia all’alba, sai che non puoi vivere ogni serata come se non ci fossero conseguenze. Allo stesso tempo, però, credo che isolarsi del tutto non sia sostenibile. Arrivare a un grande appuntamento portandosi dietro soltanto il peso di ciò a cui si è rinunciato rischia di diventare controproducente. Bisogna imparare a costruire una normalità compatibile con lo sport: non sarà una vita senza limiti, ma può essere comunque una vita piena, fatta anche di amicizie, famiglia e momenti di leggerezza».

Se dovessi raccontare il nuoto ai ragazzi in tre parole, quali sceglieresti?
«Costanza, fatica e bolla».

Partiamo dalla costanza.
«La costanza è una delle basi dell’alto livello, perché nello sport, come in molti altri ambiti, non si costruisce nulla improvvisando. Servono tempo, continuità e la capacità di presentarsi ogni giorno al lavoro, anche quando le sensazioni non sono quelle giuste o la motivazione sembra più fragile. Ci sono momenti in cui non basta la forza fisica: serve una tenuta mentale che ti permetta di restare dentro quello che stai facendo, ricordando perché lo fai e quale direzione stai seguendo. La costanza, in questo senso, non è soltanto ripetizione; è la capacità di dare valore anche alle giornate più difficili».

Hai imparato anche a gestire le giornate negative, grazie alla costanza?
«Sì, ed è stato un passaggio importante nella mia crescita. Nell’anno di Parigi ho lavorato con una psicologa dello sport, soprattutto sull’autostima e sulla capacità di dare il giusto peso alla prestazione. Il giorno negativo esiste, così come esistono periodi in cui il corpo risponde meno, le sensazioni non arrivano e i tempi non restituiscono il lavoro fatto. Per anni ho faticato a separare l’allenamento dalla percezione di me stesso: se una seduta andava male, tendevo a portarmi addosso quella sensazione per tutta la giornata. Imparare a contestualizzare una prestazione, a leggerla dentro un momento più ampio e non come un giudizio assoluto, mi ha aiutato a vivere meglio la preparazione e ad arrivare alle gare con maggiore consapevolezza».

La seconda parola è fatica.
«La fatica è una componente inevitabile dello sport, soprattutto quando si lavora per competere ad alto livello. Non si tratta soltanto di sopportarla, ma di conoscerla: capire quando arriva, in che forma si presenta e quali strumenti hai per gestirla. In una gara come i 400 stile libero, per esempio, sai che a un certo punto il corpo inizierà a chiederti di rallentare: le braccia diventano più pesanti, il respiro cambia, la lucidità va mantenuta dentro uno sforzo crescente. Con l’esperienza impari a riconoscere quel momento e a non subirlo. La fatica resta, ma diventa qualcosa con cui sai dialogare».

E poi c’è la bolla.
«La bolla è quello stato mentale in cui il lavoro fatto in allenamento riesce a trasformarsi in automatismo. È una condizione molto vicina al flow: il corpo sa che cosa deve fare perché ha ripetuto quel gesto, quel ritmo e quelle andature moltissime volte. Nel nuoto questa sensazione può essere particolarmente forte, perché il movimento è continuo, ripetitivo, quasi ipnotico. Quando entri davvero in quella dimensione, i pensieri esterni spariscono e resta solo ciò che serve alla prestazione: l’acqua, il gesto, il ritmo».

Che cosa succede poco prima di una gara importante?
«Prima di una gara c’è una fase di visualizzazione molto precisa. Ripassi mentalmente il tuffo, la subacquea, l’uscita, il ritmo, le bracciate, i respiri. In una distanza come i 400 stile libero, sai già che ci sarà un momento in cui dovrai aumentare l’intensità per compensare la fatica e mantenere l’andatura. È un modo per preparare la mente a ciò che il corpo dovrà affrontare. Allo stesso tempo, però, bisogna anche saper spegnere il pensiero al momento giusto, perché arrivare alla gara troppo carichi mentalmente può togliere energie prima ancora di entrare in acqua».

Come entri in quello stato di concentrazione?
«Per me la musica ha un ruolo importante. Prima della gara metto le cuffie e ascolto musica elettronica, perché mi aiuta a far salire l’adrenalina e a entrare progressivamente nella dimensione competitiva. A Parigi, in camera di chiamata, ricordo un ambiente molto freddo, con l’aria condizionata forte ed io indossavo una felpa col cappuccio che praticamente mi scendeva fino a coprire la fronte. Intorno c’erano atleti concentratissimi, ognuno dentro la propria “bolla”. Io ero lì con la mia musica, cercando di trasformare la tensione in energia. In quel momento senti il peso di ciò che sta per accadere, ma anche il privilegio di essere lì a giocarsi tutto ai massimi livelli».

C’è un aspetto del nuoto paralimpico che vorresti fosse raccontato di più ai giovani?
«L’importanza della squadra. Il nuoto è uno sport individuale, e nel momento della gara sei effettivamente solo con il tuo corpo, la tua testa e la linea nera sul fondo della piscina. Ma tutto quello che precede quel momento è profondamente collettivo. La squadra serve negli allenamenti, nelle trasferte, nelle giornate difficili, nei momenti in cui hai bisogno di confronto o semplicemente di alleggerire la pressione. Serve anche per imparare a staccare. A Parigi, per esempio, avevamo portato un proiettore per collegare una consolle e giocare tra una gara e l’altra. Può sembrare un dettaglio, ma in un contesto così intenso aiuta a non restare ventiquattr’ore su ventiquattro dentro il pensiero della competizione. Saper uscire per qualche momento dalla tensione e poi rientrarci quando serve è parte della gestione mentale. Anche per questo, pur essendo uno sport individuale, il nuoto non è mai davvero un percorso solitario».

Se uno studente tornasse a casa oggi con un’idea sullo sport paralimpico, quale vorresti che fosse?
«Vorrei che capisse prima di tutto che lo sport paralimpico è sport ai massimi livelli. È una dimensione professionistica, con atleti che dedicano le proprie giornate all’allenamento, alla preparazione e alla ricerca della prestazione. Non basta avere una disabilità e praticare una disciplina per arrivare alle Paralimpiadi. Servono anni di lavoro, allenatori competenti, società, federazioni, gruppi sportivi, una squadra e un sistema capace di sostenere l’atleta nella crescita. Io ci sono arrivato, ma dopo anni: non è stato un passaggio automatico, né qualcosa che si costruisce da un giorno all’altro. Il movimento paralimpico nasce da un principio di inclusione, ma l’alto livello richiede selezione, continuità e responsabilità. È importante che i ragazzi vedano entrambe le dimensioni: lo sport come possibilità aperta a tutti e, allo stesso tempo, la prestazione come risultato di un lavoro lungo, serio e quotidiano».

La testimonianza di Alberto Amodeo restituisce ai giovani una visione concreta dello sport paralimpico: non un percorso definito dalla disabilità, ma una dimensione agonistica fondata su preparazione, responsabilità e continuità. Ai ragazzi della Giornata Giovani Lombardia – EST PRETIOSA resta così un messaggio netto: il talento ha bisogno di qualcuno che lo riconosca, la motivazione ha bisogno di obiettivi, l’alto livello richiede tempo, fatica e competenze. E anche negli sport individuali nessun risultato nasce davvero da soli. In acqua, alla fine, resta l’atleta con il proprio gesto; dietro quel gesto, però, ci sono una squadra, una storia e il lavoro solo all’apparenza invisibile che precede ogni medaglia, ogni risultato, ogni traguardo.

 

Intervista a cura di Elisa Copeta

addetto stampa CR Lombardia

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